The challenge is always to use materials in a new and different way, and make them convey meaning and portray form in a manner that has not previously been seen.


Parola all’artista australiano attualmente in mostra a Venezia con un corpus scultoreo che sintetizza le peculiarità della sua pratica. Una poetica incentrata sul legame indissolubile fra scultura e Land Art, ma anche su una riflessione dai contorni fortemente etici.

Protagonista di una carriera trentennale, Andrew Rogers (Melbourne, 1947) ha saputo muoversi con agilità sul confine che separa scultura e Land Art, trasformando la propria vicenda creativa in una sintesi di due linguaggi inevitabilmente connessi. Se nella cornice del veneziano Palazzo Mora Rogers ha installato un’opera scultorea dall’afflato quasi organico, il suo poderoso progetto Rhythms of Life ha toccato tutti i continenti terrestri, dando vita a disegni e goglifi visibili dallo Spazio. Il suo è un approccio che mescola storia umana e storia naturale, prestando particolare attenzione agli equilibri e alle caratteristiche di entrambe.

Cominciamo dall’installazione realizzata a Venezia, presso Palazzo Mora, in concomitanza con la Biennale. Perché ha scelto questo spazio?
Venezia è un centro di civiltà e storia antica. È stata e continua a essere un crocevia, dove le culture (attraverso il commercio, l’egemonia e il turismo) possono incontrarsi e trovare delle connessioni. È quindi molto appropriato installare qui una scultura che riflette sulla diversità degli individui, così come sull’importanza di questo dialogo condiviso che restituisce la nostra storia e il nostro patrimonio, e che tiene contro del fatto che le azioni di oggi diventano la storia di domani.

Rhythms of Life su Google Earth è un ottimo esempio di dialogo fra l’arte e la tecnologia. Può descrivere l’imponente realizzazione di questo lavoro e le ragioni che l’hanno ispirato?
Quale modo migliore per trasmettere la scala e il respiro di questo progetto unico alle persone che non possono viaggiare? È un puro mezzo per comunicare le dimensioni di un progetto che circonda il pianeta.

Scultura e Land Art sono strettamente connesse nel suo lavoro. Quale ruolo giocano all’interno del suo processo creativo?
Esporre sculture e creare Land Art non si escludono a vicenda. La mia Land Art e la mia pratica scultorea vanno considerate in rapporto agli aspetti materiali (la pietra, il metallo, ecc.), alla relazione fra individuo e comunità e alla relazione fra la comunità e il mondo.
A livello filosofico, le sculture che compongono l’opera We Are hanno a che vedere con la mia Land Art e con i geoglifi. Entrambe insistono sulla diversità culturale, sulla globalizzazione e su ciò che ci accomuna come essere umani. Entrambe esprimono l’idea che, nonostante siamo individui, apparteniamo alla società in cui viviamo. Sono entrambe metafore del legame indissolubile fra singolo e comunità. Entrambe ridefiniscono i confini delle forme e la sfida di realizzare una struttura speciale. Entrambe riguardano l’interconnessione dell’umanità attraverso il tempo e lo spazio. Entrambe dovrebbero agire come un catalizzatore per una visione di un mondo migliore.

Crede che la documentazione degli interventi di Land Art abbia una rilevanza artistica in sé?
La documentazione dei miei interventi di Land Art è parte integrate del progetto Rhythms of Life. Volevo creare una serie di disegni connessi l’uno all’altro attorno alla Terra, su ciascun continente e visibili dallo Spazio, che rendessero conto della globalizzazione e del fatto che siamo tutti sottoposti alle stesse influenze. Le 51 strutture in pietra che compongono Rhythms of Life sono state quindi riprese in alta risoluzione da sensori destinati all’osservazione terrestre e collocati su satelliti che sorvolano la Terra a una distanza inclusa fra i 440 e i 770 chilometri.

Restando in tema di Land Art, che cosa pensa di The Floating Piers di Christo?
Credo sia un’idea meravigliosa che, per la sua esecuzione, necessita della stessa tenacia di cui ha bisogno la mia Land Art.

Ha ideato una scultura permanente per l’Expo 2017 di Astana, in Kazakhstan. Da dove ha preso forma e quale è la sua finalità?
La scultura I Am-Energy è stata selezionata per via della sua forma accentuata e fluida, in parte ispirata all’energia del vento. Riflettendo i cambiamenti del clima locale, la scultura è stata progettata per sopportare condizioni di vento forte, neve, ghiaccio e temperature estreme, dai 30° ai -20° Celsius. La sua costruzione ha rappresentato una sfida sul piano ingegneristico, poiché il peso di 6.5 tonnellate è sostenuto soltanto da una barra in acciaio inossidabile di 30 centimetri di diametro. Tutto ciò ha richiesto molta attenzione dal punto di vista della saldatura, della qualità del metallo e dell’intervento artigianale. La produzione è stata supervisionata per realizzare i sofisticati prerequisiti ingegneristici.

Anche in questo caso c’è un’attenzione all’ambiente e alla dialettica individuo-comunità?
Come ho già detto, a livello filosofico i miei interventi di Land Art sono legati alle sculture realizzate nell’ambiente costruito. Sia la Land Art sia la scultura hanno a che fare con il singolo e la comunità. Siamo tutti individui che possiedono la sacralità di un’unica vita e la capacità di esprimere noi stessi. Allo stesso tempo, siamo parte della società in cui viviamo.
Scultura e Land Art sottolineano il nostro importante ruolo come custodi, con determinate responsabilità verso coloro che ci circondano e verso coloro che verranno dopo di noi. Noi riceviamo le conseguenze di quanto compiuto dai nostri predecessori e facciamo lo stesso con i nostri successori. Il presente troverà riflesso nel futuro. In molti luoghi in cui ho lavorato ho visto gli effetti dei cambiamenti climatici, che rendono evidente la necessità di prenderci cura del nostro pianeta.

In base a quali criteri seleziona i luoghi in cui realizzare i suoi interventi?
Ciascuno dei luoghi che ospitano le strutture di Rhythms of Life hanno un valore in termini di storia e patrimonio, in linea con il messaggio del progetto. Molti di essi presentano interessanti caratteristiche topografiche: in Israele, nel deserto di Arava, il luogo di Rhythms of Life si trova a 400 piedi sotto il livello del mare; il deserto di Acatama, in Cile, è conosciuto come il deserto più asciutto della Terra; in Bolivia abbiamo costruito tre strutture a 14.300 piedi sopra il livello del mare; in Nepal il geoglifo Knot è stato creato nel burrone più profondo del pianeta; inoltre, Rhythms of Life ha raggiunto un lago ghiacciato in Antartide.
Nel momento in cui vengono creati interventi di Land Art, sono selezionati solo territori non arabili. Sassi e pietre presenti nelle aree limitrofe vengono raccolti dai partecipanti e portati nel luogo destinato al progetto. La terra non viene sfregiata e non vengono introdotti materiali esterni. Se necessario, costruiamo attorno agli alberi già esistenti. Le pietre che giacciono sulla superficie della terra vengono ridisposte a comporre una forma inimitabile.

Arianna Testino
2 October 2017

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